Fred Rebell: un sestante con una sega…

Fred Rebell, in realtà Paul Sproge è nato il 22 aprile 1886 a Windau in Lettonia. Da giovane, sentendosi pacifista e non volendo servire l’esercito dello zar, passò in Germania senza passaporto. In un caffè di Amburgo, per due marchi, ne rimediò uno non tanto pulito, dato che apparteneva ad un marinaio disertore.

Si disse allora: “Non si getta via un orologio perchè ha una lancetta storta: il mio passaporto ha soltanto bisogno di una piccola messa a punto”. Il nome Fred Kabull divenne Fred Rebell ” il più giovane mozzo di Amburgo” perchè aveva soltanto un’ora di vita. Egli riuscì così ad evitare il reclutamento nell’esercito.

Si imbarcò quindi su una nave come carbonaio, e si mise a girare il mondo. Nel 1907 a 21 anni, si imbarcò clandestinamente su un’altra nave e, senza farsi trovare, sbarcò in Australia. Diventò allora contadino, ma purtroppo la contadina, venuta dalla Lettonia in seguito ad un annuncio di giornale, non gli piacque, e gli causò invece un sacco di seccature, la lasciò e si mise con una certa Elain: questo divenne il nome della sua futura imbarcazione.

La disoccupazione del 1930/31 lo rese disperato e lo indirizzo verso l’idea di raggiungere gli Stati Uniti. Questo paese però non rilasciava visti. Rebell di fronte al console che non lo aiutava disse: ” Senta, fra poco tempo sarò in America. Non pagherò il viaggio, non mi imbarcherò clandestinamente, e non mi arruolerò come marinaio…Di più rimarrò là tutto il tempo che mi farà piacere, e me ne andrò quando non ne avrò più voglia….E non domanderò il visto ad alcun console!” Il console lo credette pazzo e lo mise alla porta.

Rebell aveva 45 anni e non aveva mai navigato a vela. Visto che non volevano trasportalo in America, vi si sarebbe trasportato da solo, come aveva fatto Bernard Gilboy. Trovò lavoro accettando delle paghe più basse del normale e riucì a mettere da parte venti sterline con cui comprò una piccola barca. Era una barca a deriva di 6 metri per 2,15destinata alle regate nella baia di Sydney, con fasciame sovrapposto, senza coperta chiusa, e con un bordo libero che arrivava appena a 50 cm. Tale scafo non avrebbe mai resistito a un pò di mare.


Rebell raddoppiò il numero delle ossature e aggiunse una falsa chiglia. Non vi sistemò una vera e propria tuga, ma una tela da tenda stesa su mezzi cerchi. Verso poppa rimaneva aperta (pazzia che non aveva commesso Gilboy). Aumentò la superficie velica di armo aurico, si procurò sei mesi di viveri, fece delle casse d’acqua con vecchie latte e comperò un fornello ad alcool.

Rimanevano tre lacune: Saper manovrare, conoscere la navigazione, procurarsi degli strumenti. Per quanto riguarda il primo punto, si allenò nella baia di Sydney, poi andò a cercare nella biblioteca pubblica e si studiò un pò di manovra a vela teorica e pensò che sarebbe bastato…a 46 anni. Per il secondo punto, comperò su una bancarella un manuale di navigazione vecchio di 70 anni che mise a bordo a dormire, pensando che avrebbe avuto il tempo di leggerlo una volta in mare….Copiò, dice ancora lui, le carte necessarie da un atlante, anche questo vecchio di 70 anni, epoca in cui molte isole non erano state ancora scoperte.

Gli strumenti nautici non lo misero molto in imbarazzo, perchè se li fabbricò. Il modo come lui lo racconta potrebbe sembrare una storia, ma è invece verità: questi apparecchi sono stati esaminati da esperti degni di fede e fotografati, e sono proprio come li descrive Rebell. Citiamo il passo: “….mi occorreva innanzi tutto un sestante. Impossibile farne a meno…l’apparecchio deve essere costruito con la massima cura, visto che la minima imprecisione può comportare errori di centinaia di miglia nella posizione calcolata. Utilizzai per il mio qualche pezzo di ferro proveniente da una gabbia di bottiglie, un cannocchiale piccolo di cui si servono i boy-scout ( che mi era costato uno scellino), una vecchia sega da metalli e un temperino di acciaio inossidabile: la lama di quest’ultimo, tagliata a pezzi, mi fornìgli specchi del sestante. Era necessari renderli otticamente piani: spalmai di asfalto uno dei lati perchè potesse far presa alle dita, e fregai l’altra faccia su un buon vetro coperto di polvere di smeriglio, di cui a poco a poco aumentai la finezza. Terminai di lucidare a specchio l’acciao a mezzo di un panno imbevuto della pasta da lucidare dei gioiellieri. La lama della sega serviva per la scala degli angoli, e l’avevo scelta per la regolarità dei suoi denti e perchè si poteva piegare in un arco regolare. Scelsi il raggio di curvatura in modo che a ogni dente corrispondesse mezzo grado. Stemperai la lama per poterne raddrizzare i denti e come vite di richiamo, presi una semplice vite da legno, che ingranava perfettamente sulla lama.”

C’era poi la fabbricazione del solcometro per valutare la distanza percorsa. Questo strumento consiste essenzialmente di un galleggiante munito di alette che, rimorchiato dalla barca, per effetto della velocità, assume un movimento giratorio proporzionale a questa, e, in virtù di un giunto flessibile, aziona un contagiri situato a bordo. Costruii il mio galleggiante con un pezzo di manico di scopa, sul quale fissai delle alette di alluminio che facevano con il suo asse un angolo tale da compiere ogni trenta centimetri un giro completo.

Come contagiri, trasformai un vecchio orologio, in modo che, ad ogni miglio percorso corrispondesse un minuto del suo quadrante. Quando feci le prove con questo solcometro, mi accorsi che aveva un errore del 20%, ma in uno strumento di misura un errore non ha importanza, quando esso è noto e costante”.

Il 31 dicembre 1931 parte da Sydney con il mal di mare. Ebbene quest’uomo arrivò in America. L’ 8 gennaio 1933 dà fondo all’ancora a San Pedro, presso Los Angeles, dopo aver fatto scalo ad Honolulu, dopo essersi presentato al funzionario con un passaporto fatto da lui! L’ingegno del marinaio vince su tutto….

Gian Filippo Pellicciotta

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